Un nuovo libro e un nuovo documentario  per

-ribadire verità scomode sul conflitto siriano,

- raccontarvi ancora tante storie di profughi Siriani, 

- raccontarvi il mio nuovo viaggio benefico in solitaria in Giordania realizzato coi miei proventi di Matrimonio Siriano e con i vostri contributi.

E con le vendite del nuovo libro sto aiutando ulteriormente le famiglie più vulnerabili tra quelle incontrate.

 

 

 

Volete dare il vostro contributo?

Ecco come:

-Acquistate il nuovo libro "Matrimonio Siriano, un nuovo viaggio",

-invitatemi a presentarlo,

-visionate il documentario su https://www.openddb.it/film/matrimonio-siriano/ 

-donate all'IBAN IT88R0200805261000021011868

 

-o  donate qui! 

https://www.paypal.me/matrimoniosiriano #matrimoniosirianoeoltre

L'armadio

(testo Marco Rò - Laura Tangherlini, voci Marco Rò-Laura Tangherlini, musica Marco Rò)

 

Stralci dal libro

"Matrimonio Siriano, un nuovo viaggio"

L’altra ha gli occhi completamente truccati e sottolineati da un pesante kohol nero.

Occhi da grande, occhi bellissimi da donna fiera e un corpicino che del mondo non sa ancora nulla. Altri bambini spuntano fuori da quelle case di plastica e vengono verso di me chiedendomi di fargli una foto.

Due in particolare attirano la mia attenzione mentre un terzo si avvicina correndo con un lungo ramo in mano con cui stava giocando.

Lui ha gli occhi grandi di un verde meraviglia, i capelli crespi, il muco che scende dal naso e la pelle macchiata di lentiggini e vita all’aperto.

Lei gli occhi nocciola, ancora più lentiggini e

i capelli raccolti in due trecce legate da elastici a fiorellino. Sembra la versione siriana di Pippi Calzelunghe. Ha un sorriso contagioso
stampato in faccia..... 

 

 

 

 

 

 

Al bancone dei frullati di frutta fresca c’è un uomo più anziano. Mi risponde con poche parole ma ben chiare:
«Devono tornarsene a casa, certo. Alle loro terre, alle loro famiglie. Devono tornare in Siria» ribadisce con espressione infastidita. Perché
chiedo? «Devono tornarci, ora lì va tutto bene e devono tornarsene a casa. Punto».

«Non vuole più vedere nessuno, ha smesso di andare a scuola dopo
pochi mesi qui in Giordania, rimanendo di fatto analfabeta, non vuole vedere nessuno e ha quasi smesso di mangiare». Chiedo se sia una reazione legata alla guerra.

«Ha cominciato a mostrare qualche segnale di autismo già dall’età di sei mesi, ma con la guerra ha vissuto uno shock enorme.

Ha cominciato a fare incubi in continuazione, di notte urlava all’improvviso o scoppiava a piangere. Sognava che lo inseguissero per ucciderlo o che lo costringessero a buttarsi dal balcone. Tutti comunque erano molto spaventati in Siria ed erano ancora terrorizzati appena arrivati in Giordania. Tuttora sobbalzano a ogni rumore improvviso
e sono come disconnessi dal resto delle persone» racconta.

«Come posso tornare, se non c’è alcuna sicurezza?» Glielo ripete

sempre anche sua sorella, che non è voluta scappare in tempo e alla fine è rimasta bloccata in Siria, vicino Homs. «Mi racconta quando la
chiamo su Messenger che non ci sono acqua né elettricità, che le case sono state rase al suolo, che anche la sua casa è stata bombardata». Le chiedo se può chiamarla, sua sorella, per farci raccontare direttamente quale è la situazione per chi è rimasto. «Non posso – dice – non voglio metterla in pericolo» dice abbassando la voce.

La donna viene allora nella stanza
con in mano un velo rosa, profumato di bucato. «È un dono per te»
dice porgendomelo. Dono, dono ripete in arabo. Tanto che vado a cercare nel dizionario bilingue il termine, per essere sicura di aver intuito bene. Lo sfoglio e lo leggo. Sì, è un regalo per me. Me lo fac-
cio mettere subito, per stemperare il mio imbarazzo. È bellissimo e mi sta bene. Soprattutto, me lo ha regalato una grande donna e una
grande madre. Quella che io non ho mai avuto. Ma che, per fortuna loro, hanno Hala, Loujain e Jenneh. E sono felice per quelle bimbe meravigliose. E per me, di aver conosciuto persone così speciali.

Hala e Lujain hanno seri problemi neurologici e non hanno il pieno
controllo del corpo. Hala soprattutto, il cui sguardo è spesso assente, le cui manine non hanno una presa decisa e le cui gambine si muovono incontrollate per i continui spasmi. Non sono autosufficienti.

Quasi non mangiano nulla, bevono molto latte. Soffrono di attacchi epilettici a volte. Articolano solo suoni indistinti. Il dottore qui in 108
Giordania ha spiegato ad Alì e Amani che la causa risiede nella genetica: Alì e Amani sono cugini.

Dopo poche ore nostro figlio ci ha richiamato dicendo che la polizia lo aveva caricato in auto e quando lo avevano fatto scendere si era ritrovato dall’altra parte del confine, in Siria. Io a quel punto ho riparlato con la polizia giordana, ma non c’è stato nulla da fare.

Ci ascolta Omran, capisce quello che diciamo anche se non riesce a parlare bene. Il corpo è allo stesso tempo rigido, le braccia, e molle, le gambe.
Ogni tanto si appisola: ha avuto pesanti attacchi epilettici la notte scorsa ed è particolarmente stanco. Una volta tornata in Italia mi manterrò in
contatto anche con questa famiglia, anche a loro ho mandato altri soldi.

Rawa però mi si butta addosso e mi stringe fortissimo, con gli occhi lucidi e mi sussurra «amica mia, amica mia». Sento tutto il suo dolore, la sua voglia di normalità e di futuro. Lo sento nella pancia, nel petto, nelle sue guance calde e umide. Piango anche io, la bacio più volte in fronte e la stringo ancora più forte. Un abbraccio lungo e intenso.

Quali torture ha subito suo marito, le chiedo ancora?
Appena arrivato lo hanno tenuto appeso per ventiquattro ore con le mani legate a un tubo, fino a slogargli le spalle. Poi non c’erano bagni in prigione e dovevano farsi tutti i bisogni addosso. Nonc’era spazio per tutti in cella, non potevano sedersi né sdraiarsi.
Erano costretti a dormire in piedi uno ammassato all’altro. Mi ha raccontato di tantissimi feriti, anche da arma da fuoco, in cella con
lui. Li lasciavano lì, tra gli altri detenuti, finché non spiravano e poi non rimuovevano neppure i cadaveri. Mi ha raccontato della puzza e del fetore insopportabili.

Assolutamente. Insegnanti e medici erano i bersagli preferiti del regime. I dottori venivano uccisi a sangue freddo. Lui può ritenersi fortu-
nato per essere ancora vivo e aver solo subito torture. Molti altri suoi colleghi sono morti, gli hanno sparato.
Perché medici e insegnanti, chiedo retoricamente immaginando già la risposta?
Perché secondo le paranoie del regime gli insegnanti insegnavano ai ragazzi a protestare e ribellarsi, mentre i dottori salvavano le vite dei
ribelli. Per questo bombardavano volontariamente scuole e ospedali.

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